Negli ultimi mesi ho notato un cambio di passo netto nella qualità dei modelli LLM eseguibili in locale. Non è la prima volta che scrivo di questo argomento su questo blog (chi segue il tag Ollama lo sa bene), ma stavolta la sensazione è diversa: non si tratta più di rincorrere il cloud con modelli “dignitosi per essere locali”, ma di avvicinarsi seriamente a prestazioni che fino a poco tempo fa erano appannaggio esclusivo dei giganti closed source.
Qwen 3.6 31B: il primo vero salto di qualità
Il modello che per me ha segnato la svolta è Qwen 3.6 31B. Non è la potenza bruta in sé a colpire, quanto la qualità delle rielaborazioni che la community ha saputo tirarne fuori.
Due versioni GGUF mi hanno impressionato particolarmente:
- La build di Unsloth (Qwen3.6-35B-A3B-GGUF), solida e ben ottimizzata per l’inferenza locale.
- La versione di ByteShape (Qwen3.6-35B-A3B-MTP-GGUF), che sfrutta il Multi-Token Prediction con risultati sorprendenti.
Nei miei test di coding e debug, entrambe le versioni si comportano molto bene, specialmente se abbinate all’harness ufficiale Qwen Code (qwen.ai/qwencode). La combinazione modello-tooling fa davvero la differenza: non basta un buon modello, serve un ecosistema che lo sappia sfruttare.
Agent A1: quando il locale sfida (davvero) il cloud
Se Qwen 3.6 mi aveva già convinto, oggi ho provato qualcosa che alza ulteriormente l’asticella: Agent A1 di InternScience (huggingface.co/InternScience/Agents-A1). I benchmark che presenta lo pongono a un livello paragonabile a modelli closed source molto più grandi, e non è la prima volta che vedo un modello “piccolo” (in senso relativo) tenere testa a giganti da centinaia di miliardi di parametri.
È il tipo di risultato che ti fa fermare un attimo e chiederti: dove sta andando davvero questo settore?
La domanda da un milione (di dollari, letteralmente)
Questo mi porta alla domanda che mi frulla in testa da settimane: chi vincerà, alla fine, tra cloud e inferenza locale?
Da una parte, il cloud closed source vive ancora una fase “dorata” grazie ai capitali enormi investiti da attori come OpenAI, Anthropic e compagnia. Questo ha reso possibile offrire inferenza a prezzi vantaggiosi, spesso sussidiati, pur di conquistare quote di mercato. È un classico schema da economia digitale: brucia cassa oggi, guadagna posizione domani.
Dall’altra parte, l’inferenza locale sta crescendo a una velocità sorprendente, ma per motivi completamente diversi: non capitali enormi, bensì ottimizzazione pura. Quantizzazione, tecniche come MTP, architetture MoE sempre più efficienti: tutto questo sta permettendo a hardware consumer di fare cose impensabili solo un paio di anni fa.
Al momento, il cloud vince ancora, e probabilmente vincerà ancora per un po’. Ma la vera domanda è cosa succederà quando il mercato selezionerà un vincitore (o pochi vincitori) tra i provider closed source. In quel momento, chi resterà in piedi dovrà necessariamente far pagare l’inferenza a un prezzo che rifletta davvero i costi (e gli investimenti da recuperare). È lì che si aprirà la vera partita.
Se a quel punto l’hardware consumer sarà abbastanza potente, e i modelli open abbastanza ottimizzati, avremo finalmente un’alternativa concreta e sostenibile al cloud a pagamento. Non lo so con certezza, ma spero che il ritmo di miglioramento dei modelli open continui così: non tanto per “battere” il cloud, quanto per garantire che un’alternativa esista sempre. Perché in un mercato senza alternative, alla fine, a pagare il conto siamo sempre noi.